Cento giorni di luna di miele, ma Obama ha un rivale. Il suo ego

Allo scadere dei primi 100 giorni di Obama alla Casa Bianca, “la sua luna di miele sta continuando”. A spiegarlo al Foglio è David Mendell, firma del Chicago Tribune dal 1998 che dall’ottobre del 2003 fino al novembre del 2004 ha seguito Obama nella sua campagna per il Senato.
29 APR 09
Ultimo aggiornamento: 12:02 | 20 AGO 20
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Chicago. Allo scadere dei primi 100 giorni di Obama alla Casa Bianca, “la sua luna di miele sta continuando”. A spiegarlo al Foglio è David Mendell, firma del Chicago Tribune dal 1998 che dall’ottobre del 2003 fino al novembre del 2004 ha seguito Obama nella sua campagna per il Senato. Dopo essere stato tanto intorno all’ex senatore dell’Illinois e ai suoi collaboratori, Mendell ha passato quasi tre anni a scrivere la sua biografia, “Obama: Storia dell’uomo che fa sognare l’America” (Cairo, 2008). “E’ un virtuoso, entrato in politica con lo scopo di fare andar meglio le cose – spiega al Foglio –. Obama ha una visione molto più profonda di quella di molti altri politici, e penso che questa sia una delle ragioni che gli hanno permesso di resistere sulla scena nazionale. Ma la sua capacità di resistenza per tutta la campagna presidenziale mi ha sorpreso”. E perché? “Quando lo seguivo durante la sua corsa per il Senato nell’Illinois, tendeva a stancarsi molto nei suoi spostamenti. Lo vedevo sempre oberato dagli impegni. Comunque, la cosa che mi ha reso più dubbioso sul fatto che potesse davvero essere eletto presidente è che è sensibile alle critiche. Come mi diceva il suo più importante consulente, David Axelrod, ‘quando entri in corsa per la presidenza, è come avere una macchina a raggi X che ti scannerizza da capo a piedi per 24 ore al giorno’. Lui temeva che ‘Obama potesse avere un crollo da un momento all’altro’, che non fosse in grado di reggere la pressione di una corsa per la Casa Bianca”.

“Lo ammetterebbe perfino lui”

Ma a che cosa è più sensibile Obama? “Al proprio ego. Lo ammetterebbe perfino lui. Non c’è nessuno che ritenga Barack Obama un fenomeno più di quanto non faccia già lui. Ha dovuto in qualche modo celare questo suo aspetto perché ovviamente non è cosa da mostrare quando si è candidati a una carica pubblica. Come sa bene ogni politico, occorre far credere alle persone che sei lì per loro, e non per te stesso. Ma è difficile dire in un dato momento se sia più forte in Obama il desiderio di aiutare l’umanità o quello di gratificare il proprio ego. Suppongo che dipenda dal momento della giornata”. Mendell sembra dare l’impressione che Obama sia un borioso. “Non direi borioso, piuttosto direi ‘elitario’. E questo è stato il suo tallone d’Achille durante la corsa per la Casa Bianca. Aveva problemi a comunicare con la gente comune in alcune parti degli Stati Uniti, specialmente con gli operai bianchi del mid-west o con la gente di stati del sud come Kentucky e Tennessee”.
Ma la moglie di Obama, Michelle, come se la cava con l’ego spropositato di suo marito? “Michelle è stata sul punto di lasciarlo andare, libero di seguire la sua vocazione politica. Penso che inizialmente le fosse difficile sopportare il fatto che il marito avrebbe dovuto assentarsi moltissimo da casa, e non si sarebbe dedicato alla famiglia come lei avrebbe desiderato. Quando si è accorta, però, che il loro matrimonio restava molto stabile, il suo atteggiamento è cambiato. La vittoria di Obama al Senato del 2004 è stata cruciale, la pazienza di Michelle stava per finire. Obama le disse che se non avesse vinto il seggio si sarebbe ritirato dalla politica, perché le sue ambizioni politiche stavano pesando troppo sulla famiglia. Penso che se allora Obama avesse perso avrebbe tenuto fede alla promessa, per poi tornare magari alla politica anni più tardi, con le figlie un po’ più grandi”.
Il background birazziale di Obama è stato “cruciale” per la sua ascesa politica. “E’ cresciuto in una famiglia bianca alle Hawaii e soltanto più tardi si è ritrovato nel mondo degli Stati Uniti continentali. Qui si è immerso nella cultura nera di Chicago e ha fatto tesoro dell’esperienza afro-americana. Obama è riuscito a comprendere in modo singolare entrambi i mondi. In pochi riescono a camminare per strada nel South side di Chicago e subito dopo entrare nella sala del consiglio di amministrazione di una grande azienda con la stessa disinvoltura”.
Obama viene da Chicago, famosa per il suo ambiente politico corrotto. Ma nonostante i suoi trascorsi con Tony Rezko, condannato per corruzione politica, Obama ne è uscito pressoché indenne. “Anche se aveva ricevuto contributi finanziari da Rezko per la corsa al Senato, si può dire che abbia avuto fortuna. Il loro rapporto avrebbe potuto avere conseguenze molto più gravi. Più o meno nello stesso periodo in cui Obama e Rezko intrattenevano rapporti, è comparso il governatore dell’Illinois, Rod Blagojevich, e Rezko gli ha dedicato tutte le sue attenzioni. Se questo non fosse accaduto, forse Obama avrebbe finito con il trovarsi in una situazione spinosa. Di solito Obama ha un ottimo radar quando si tratta di valutare l’etica e la moralità di qualcuno, ma nel caso di Rezko sembra non abbia funzionato”.
Parliamo di “etica e morale” obamiana, ma quanto conta la religione per il presidente con un secondo nome islamico, un passato da agnostico e un presente da cristiano? “Determinare in che cosa creda veramente Obama dal punto di vista religioso è la cosa più difficile. Capire se la sua conversione religiosa sia stata una pura manovra politica o se davvero sia un cristiano devoto. Obama ha la capacità di farti credere quello che vuole. Ho amici agnostici secondo i quali ‘fa il religioso per ragioni politiche’. Mi sono sentito dire da cristiani devoti che ‘è un cristiano impegnato’. Io ritengo che non si possa sottovalutare il fatto che è un democratico liberal, capace di parlare all’ala liberal secolarizzata del Partito democratico, che ritiene che la chiesa debba avere soltanto un ruolo marginale rispetto alla politica americana, e subito dopo rivolgersi a tutta quella classe media portata a pensare che la chiesa non svolga un ruolo sufficiente nella nostra politica. E’ riuscito a essere convincente per entrambi, e ciò ha favorito la sua ascesa politica”.
Dopo i primi 100 giorni di Obama come presidente, secondo Mendell il maggiore risultato ottenuto fino a questo momento è stato mantenere la sua estrema popolarità: due americani su tre continuano ad approvare il suo operato. E il suo maggiore fallimento? “Deve ancora arrivare: è l’economia. Su quello si giocherà il test definitivo della sua presidenza. E poi ci sono ancora alcune questioni aperte sulla sua politica estera”.Già durante la campagna presidenziale Obama è stato criticato per la sua mancanza di esperienza in politica estera. “Sta imparando. Ha fatto una campagna elettorale promettendo di spostare le truppe dall’Iraq in Afghanistan, che pareva una buona cosa, ma continua a non dire per quanto tempo gli Stati Uniti potranno permettersi di tenere decine di migliaia di soldati in medio oriente. O per quanto tempo questa situazione sarà ancora sostenibile, e che cosa si vuole ottenere. Non so se Obama lo abbia ancora capito. Questo è un argomento destinato probabilmente ad assillarlo per tutta la sua presidenza”.
Obama ha dichiarato che cercherà di “costruire ponti durevoli tra i popoli islamici”, ma sarà davvero in grado di farlo con successo? “Devo credere che il mondo islamico sia meno in collera verso gli Stati Uniti da quando Obama è diventato presidente. Sono certo che gli islamici siano molto contenti di vedere alla presidenza degli Stati Uniti una persona con un retaggio musulmano nelle proprie origini. Il fatto poi che Obama abbia vissuto in Indonesia da bambino e la sua inclinazione a pensare che ‘siamo tutti simili molto più di quanto siamo diversi’, mi fa pensare che tenterà di agitare ramoscelli di ulivo verso il mondo islamico. Ma se ci dovesse essere un altro attacco terroristico sul suolo statunitense, il ramo di ulivo sarà buttato all’istante fuori dalla finestra, e Obama dovrà dimostrarsi il leader di una ‘nazione cristiana’”.

Quanto socialismo si può reggere?
Nel suo libro, Mendell scriveva che “Obama crede che il governo statale possa essere la soluzione per molti mali della società anziché un semplice intralcio alle idee del libero mercato”. Da quando è entrato in carica, Obama ha cercato di attenuare la sua immagine di “liberal sinistrorso”, ma “la sua azione politica dimostra che il governo sta spendendo un’enorme quantità di denaro per sviluppare nuovi programmi – ci spiega – L’espressione ‘liberal statalista’ è diventata una sorta di epiteto ingiurioso, ma Obama è andato in quella direzione. Vuole imporre una regolamentazione maggiore su Wall Street e sulle banche. Non è un socialista, di quelli che ritengono che debba essere lo stato a dirigere completamente la società, ma nondimeno sta cercando di sanare i guasti di un’economia di libero mercato uscita dai binari attraverso il rafforzamento del governo federale. E’ andato molto vicino alla nazionalizzazione delle banche e dell'industria automobilistica. Non so chi, in tutti gli Stati Uniti, sarebbe disposto a reggere più socialismo di così”, dice Mendell.
L’Obama presidente non è più lo stesso che Mendell seguiva a Chicago. “Oggi sta molto più attento a quello che dice. Durante la campagna per il Senato nell’Illinois, spesso improvvisava strada facendo. Era molto piacevole, perché si aveva l’impressione di sentire ciò che davvero pensava. Durante la campagna presidenziale, invece, ho visto Obama trasformarsi sempre più in un politico a copione. E’ stato il cambiamento più grosso che ho notato in lui sotto l’aspetto pubblico. E’ stato particolarmente strano per me testimoniare questo, perché l’ho conosciuto come il tipo con cui si poteva stare seduti a scherzare negli intervalli della campagna elettorale, e con cui si poteva parlare a non finire di jazz e di sport, specialmente di basket. Ora sembra che quella parte di lui non ci sia più. Ora, quando parla, presta un’attenzione estrema al tipo di luogo e al tipo di interlocutore, per timore di dire qualcosa di sbagliato”.